Giorgio Pantano: A me bastava un volante. Io volevo solo correre.

Ci sono incontri che non nascono per essere raccontati. Non hanno palco, non hanno comunicati stampa, non hanno bisogno di titoli ad effetto. E proprio per questo lasciano qualcosa di più profondo.
L’incontro a porte chiuse con Giorgio Pantano, reso possibile grazie all’amico Davide Meneghini – che ringrazio sinceramente – è stato esattamente questo: una conversazione vera, senza nostalgia costruita e senza retorica.

Pantano è stato un pilota di Formula 1, campione GP2 nel 2008, protagonista di oltre vent’anni di corse tra Europa, America e categorie internazionali. Ma ridurlo a una riga di Wikipedia sarebbe un errore. Perché il valore dell’incontro non stava nei risultati, ma nello sguardo lucido con cui ha raccontato cosa significhi davvero essere un pilota.

Quando il talento non era un accessorio

Ascoltandolo parlare, emerge subito una frattura netta tra due mondi: quello di ieri e quello di oggi.
Negli anni in cui Pantano cresceva, l’automobilismo non concedeva margini. Le macchine erano più crude, l’elettronica quasi inesistente, la sicurezza limitata. Se tenevi una vettura al limite, era perché sapevi farlo. Se non lo sapevi fare, uscivi di scena.

Oggi le monoposto sono infinitamente più veloci, ma anche più protette, più gestite, più “filtrate”. Un’evoluzione necessaria, giusta, che ha salvato vite. Ma che ha inevitabilmente spostato l’equilibrio: il pilota resta centrale, ma non è più l’unica variabile.

Pantano non giudica. Constata. E forse proprio per questo colpisce.

«Io volevo solo correre»

Il momento che ha segnato l’incontro è arrivato quasi senza enfasi, in una frase detta con naturalezza:

«A me bastava un volante. Io volevo solo correre.»

Dentro queste parole c’è una carriera intera. C’è l’idea di uno sport vissuto come vocazione, non come strategia. Pantano racconta di scelte fatte affidandosi alle persone, di gestioni sbagliate, di treni passati una sola volta. Racconta di quando essere più veloce non bastava, perché qualcuno arrivava con più soldi.

Il rimpianto non è rabbia. È consapevolezza adulta. In particolare, il passaggio più delicato riguarda l’aver abbandonato, da giovanissimo, un progetto strutturato con Mercedes. Col senno di poi, una svolta che avrebbe potuto cambiare tutto. Ma allora il pensiero era uno solo: correre. Non pianificare. Non costruire un personaggio. Correre.

La testa, prima ancora delle mani

Un altro aspetto che ha reso l’incontro speciale è stato il tema della pressione mentale.
Formula 1 significa stampa, sponsor, aspettative, giudizi continui. Ma quando ti allacci le cinture, tutto questo sparisce. Se non sparisce, non puoi fare questo mestiere.

La paura? Esiste. Ma non deve guidare. Pantano lo dice chiaramente: se sali in macchina con la paura, è finita. La conosci, la accetti, la metti in conto. Poi fai quello che ami. Spa sotto la pioggia, la Malesia a 45 gradi, la disidratazione negli ultimi giri: sono esperienze che raccontano cosa significhi essere un atleta, prima ancora che un pilota.

Allenamento estremo, disciplina totale, sacrificio. Non per apparire, ma per arrivare in fondo.

Un mondo più ricco, ma forse meno affamato

Il racconto si allarga poi al motorsport contemporaneo: bambini che arrivano in pista in elicottero, programmi già scritti, carriere impostate a tavolino. Non è una critica. È una constatazione amara.
Pantano appartiene a una generazione che ha vissuto il paddock come un luogo di fatica, non di esposizione. Pista, albergo, pista. Senza mondanità, senza jet-set, senza distrazioni.

E forse è proprio questo che oggi manca un po’: la fame, quella vera.

Ciò che resta

Alla fine dell’incontro non resta una lezione tecnica, né un messaggio motivazionale da social network. Resta qualcosa di più sottile.
Resta l’idea che il talento, da solo, non basta. Che il destino conta. Che le persone contano. Ma soprattutto che, senza una passione autentica, nessuna carriera ha davvero senso.

E resta quella frase, semplice e potentissima, che vale per lo sport ma anche per la vita:

A lui bastava un volante.
Tutto il resto è venuto dopo.

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